A MANA MORTA_ritratto di donna uccisa dall'uomo che diceva di amarla

Testimonianze tratte dal sito: doppiadifesa.it

“ Ogni giorno e ogni notte era un incubo; l’unica costante: sopravvivere a un mostro che ti considera una cosa, un’incubatrice, una sua proprietà, che a suon di botte e sevizie ti piega alla sua volontà, ai suoi ordini, ti annienta.” La storia di R., considerata una “cosa di proprietà”

  “Una volta insieme ha iniziato lentamente a smontare la mia autostima e la mia forza, mai in modo evidente, era più un metodo bastone e carota, a dirla tutta. Criticava e screditava le mie opinioni ma poco dopo era amorevole ed affettuoso”. La storia di R., maltrattata picchiata e minacciata anche quando era incinta

 “Mi chiamo Maria e sono stata sposata per vent’anni. Ho due figli. In questi lunghi anni ho subìto violenza da parte di mio marito; un paio di volte sono finita in ospedale, ma non l’ho mai denunciato.” La storia di Maria, che ha detto basta alle violenze del marito

 Annientare, annullare, cancellare, smontare, distruggere. Queste parole insieme mettono paura, incutono una tale sensazione di impotenza che probabilmente solo chi le ha vissute è in grado di capire. Esistono due strade disponibili: si lotta o ci si camuffa, ci si rende invisibili, si accettano le violenze, si perde la voce, la speranza. Questa seconda strada è anche quella che chi commette violenza preferisce: l’idea di possedere una persona come si posseggono le mura di una casa, l’idea di controllare morbosamente ogni aspetto della vita dell’altra, l’idea di avere a che fare con una pagina bianca in cui è possibile scrivere solo la propria storia. Alcune case si trasformano in carceri, alcuni amori in drammi silenziosi. Ma questo silenzio si può spezzare chiedendo aiuto, allungando una mano.

 

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